Ho notato una tendenza degli eventi. Gli oratori sembrano siano interessati solo alla perfezione assoluta del messaggio, interventi puliti quasi asettici. Nessuna sbavatura, nessuna emozione. Sembra quasi che comunicare professionalità equivalga a essere robotici.
L’attenzione sale solo in un altro momento, quando le persone si connettono davvero. Succede quando chi parla condivide un pezzo autentico di sé. Una storia personale. Un fallimento. Una lezione appresa sul campo.
È lì che si crea il ponte, la vera risonanza con il pubblico. Non con slide impeccabili e dizione perfetta e tempi al secondo. Ma con esperienze vissute.
La tua storia non è un optional è il tuo più grande asset differenziante, soprattutto nel rumore attuale. Non nasconderla, ma usala come un superpotere.
La regia tecnica è sempre pronta a dare supporto e una rete di salvataggio.
E poi il pubblico non conosce la scaletta 😉

