Dove vanno i Podcast?

Microfono da podcast

“Ah, a proposito, nel dubbio, è saggio tornare sui propri passi …” diceva Albus Silente.

Ho fatto questa riflessione sul mondo dei podcast perché ne ho realizzati e ne realizzo tuttora. Ogni tanto è fondamentale fermarsi un attimo per capire dove ci si trova. Nelle righe che seguono ho racchiuso le mie riflessioni: strategiche, di mercato, di contenuto e di realizzazione tecnica. Sono quattro punti esatti. Se questo articolo fosse scritto da un’Intelligenza Artificiale sarebbero tre, lo so. Lol.

1. Strategia: Podcast o Vodcast? Il mercato oggi

Nel linguaggio comune il termine “podcast” ormai si riferisce indifferentemente a un contenuto solo audio o con video. Ho sentito solo Giacomo Poretti usare il termine corretto, vodcast, per definire il suo Poretcast. Anche Spotify, la piattaforma tradizionalmente legata al solo ascolto, ha iniziato a pubblicare video stabilmente.

L’offerta si è ampliata a dismisura, ma è ancora difficile leggere un modello di business profittevole. La mia impressione è che i podcast vengano usati il più delle volte come mero strumento di awareness e personal branding, seguendo uno standard di produzione e di resa visiva ormai ampiamente codificato.

2. Tecnica: Dalle 5 telecamere al mito dello Shure SM7B

Se la situazione prevede un conduttore e un ospite, la configurazione classica richiede tre telecamere (una sul conduttore, una sull’ospite e un totale). Se ci sono due conduttori e un ospite, le camere diventano quattro. In alcuni casi, quando il podcast viene registrato a teatro, si aggiunge un controcampo per inquadrare il pubblico e le sue reazioni, arrivando a cinque cam.

Dai “dietro le quinte” e dagli studio tour che osservo, noto che la modalità di produzione non prevede sempre un mixer video sul posto. Spesso, per motivi logistici, di ingombro cavi e per filosofia di produzione, si preferisce registrare con camere separate (molto interessante, a questo proposito, il making of di Illumina Podcast).

Un altro elemento immancabile nel set del perfetto podcaster sono i 400 euro dello Shure SM7B (il microfono usato, tra l’altro, da Michael Jackson per registrare la voce in Thriller). Personalmente, ho realizzato varie puntate usando due JOBY Wavo POD da circa 8€ su Amazon: vi assicuro che il suono, trattato opportunamente in post-produzione, restituisce un risultato assolutamente fruibile e gradevole per orecchie ormai assuefatte all’audio scadente dell’altoparlantino dello smartphone.

Ho smesso da tempo di inseguire l’ultima evoluzione tecnologica. Visto che il consumo di podcast avviene prevalentemente su smartphone, spesso con gli auricolari mentre si fa altro, utilizzare camere 4K con ottiche cinematografiche particolari aggiunge poco valore alla resa finale. Io giro tranquillamente in HD 1080p. Quello che vedo mancare spesso, semmai, è la cura sulle luci, che vanno regolarmente in crisi quando il set ospita più persone di quelle per cui era stato originariamente progettato.

3. Contenuto: Content is the King? No, Host is the King

Una cosa che mi ha sempre stupito è come lo stesso ospite, in podcast differenti, generi risultati numerici totalmente non paragonabili. L’elemento differenziante è l’host: il conduttore è l’anfitrione che dà il carattere distintivo e il taglio al prodotto. Più che la singola fiammata della view, il dato interessante per i brand è osservare l’ascolto nel mese: la costanza di più puntate e più ospiti crea un prodotto commerciale appetibile.

Oggi ho la sensazione che i podcast vengano usati principalmente come “ospitata” per promuovere un libro, un brano o un film. Ci sono momenti in cui gli stessi artisti si vedono ovunque in un periodo molto ristretto, replicando un modello mutuato direttamente dalla televisione classica lineare. L’hype si concentra in periodi ben definiti. Il meccanismo d’altronde è antico: se non ho visibilità non esisto, quindi me la vado a cercare.

4. Mercato: La metrica del Ticino applicata a Lentate TV

Una metrica riferita al Ticino (nella Svizzera italiana, circa 250.000 abitanti) stimava in circa 1.000 persone il bacino di utenti interessanti come ospiti per TV, radio o web. Parliamo di un ospite interessante ogni 250 persone.

Se applico questa metrica al mio canale Facebook @LentateTv, tenendo presente che Lentate sul Seveso conta circa 16.000 abitanti, il calcolo ci restituisce circa 64 persone intervistabili che hanno davvero qualcosa da dire e sanno stare davanti a una telecamera. Su scala nazionale italiana, parliamo di circa 240.000 persone in cerca di un posto al sole.

I podcast più longevi se ne sono accorti e stanno cambiando pelle. Stanno passando dalle revenue pure delle views di YouTube (che in Italia si aggirano a spanne su 1 euro ogni 1.000 view, oscillando tra 0,25 e 4 euro a seconda del settore) all’inserimento mirato di brand, ma soprattutto a formule di abbonamento e merchandising (interessanti in merito anche i dati di Michele Molteni, che fa intrattenimento puro e non podcast).

Le metriche di ascolto variano molto tra le analytics di YouTube e le classifiche di Spotify, ma una cosa è certa: non siamo di fronte a una bolla. Credo però che a breve si affacceranno nuove forme di intrattenimento, ripescando modelli del passato integrati con il digitale. Ci sarà un’interazione più forte tra la TV classica sul digitale terrestre, le piattaforme e i social. In assenza di un modello di business chiaro, il podcast va avanti finché c’è budget o voglia, e poi muore. Per questo è meglio partire sempre con un piano editoriale ben definito.

Conclusione: Ha senso iniziare nel 2026 inoltrato?

La risposta è sì. Se hai qualcosa da dire, ha senso. Come ho scritto del mio podcast: “Il podcast che non c’era e di cui, forse, non si sentiva la mancanza.”